Il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) ha annunciato i vincitori dell’ultimo bando Starting Grant, e i numeri che riguardano l’Italia raccontano insieme una storia di orgoglio e una storia di allarme. Da un lato 50 giovani ricercatrici e ricercatori italiani si sono aggiudicati complessivamente circa 75 milioni di euro, posizionando l’Italia al secondo posto assoluto in Europa per numero di vincitori. Dall’altro, di quei 50 talenti, soltanto 22 progetti verranno effettivamente sviluppati sul territorio nazionale: un divario che dice molto più della qualità delle persone e molto di più sulla tenuta del sistema che dovrebbe accoglierle.
Questo articolo analizza in dettaglio i numeri del bando ERC Starting Grant 2026, il posizionamento dell’Italia nel confronto europeo, e le ragioni strutturali per cui il nostro Paese fatica a trattenere i cervelli che pure riesce a formare.
Cosa sono gli ERC Starting Grant e perché contano
Gli ERC Starting Grant sono tra i finanziamenti europei più prestigiosi destinati a ricercatrici e ricercatori nelle prime fasi della loro carriera indipendente, tipicamente tra i due e i sette anni dal completamento del dottorato. Il meccanismo di selezione è competitivo e basato esclusivamente sull’eccellenza scientifica del progetto proposto, non sulla nazionalità o sull’istituzione di provenienza.
Per l’edizione 2026 il bando ha messo a disposizione 705 milioni di euro complessivi, destinati a 421 ricercatori in tutta Europa. Ogni vincitore può ottenere fino a 1,5 milioni di euro in un arco temporale massimo di cinque anni, risorse che permettono di costruire un vero e proprio gruppo di ricerca autonomo: assunzione di post-doc e dottorandi, acquisto di strumentazione, avvio di collaborazioni internazionali.
La competizione, quest’anno, è stata particolarmente dura: sono arrivate 4.807 candidature, il 22% in più rispetto all’edizione precedente, con un tasso di successo di appena l’8,8%. Numeri che rendono ogni singolo finanziamento un traguardo di rilievo assoluto.
La novità del programma “Choose Europe”
Un elemento interessante dell’edizione 2026 riguarda i ricercatori che si trasferiscono in Europa da Paesi extra-UE. Nell’ambito dell’iniziativa “Choose Europe”, chi arriva da fuori l’Unione Europea può richiedere fino a 2 milioni di euro per la creazione di nuovi laboratori o team di ricerca. Quest’anno sono stati 21 i ricercatori provenienti dal Nord America(20 dagli Stati Uniti e uno dal Canada) che hanno scelto questa strada: una piccola ma significativa “fuga di cervelli al contrario” verso il Vecchio Continente.
ERC Starting Grant Italia: il secondo posto in Europa per numero di vincitori
Sul fronte delle nazionalità, l’Italia ottiene un risultato di assoluto rilievo: 50 vincitori, che valgono il secondo posto in Europa per numero di ricercatori premiati. Davanti a noi solo la Germania, con 84 vincitori; alle nostre spalle la Francia, ferma a 30, e la Spagna, a 24. Tra i vincitori italiani figurano anche ricercatori che attualmente lavorano all’estero e che grazie al finanziamento potrebbero rientrare o comunque legarsi a un’istituzione italiana.
Un dato che merita attenzione riguarda la parità di genere: tra i 421 vincitori europei, 172 sono donne, circa il 41% del totale — una percentuale ancora lontana dalla parità ma in crescita rispetto alle edizioni passate del programma.
Tra i progetti italiani premiati c’è, ad esempio, SPROUT (Small Protogalaxies Revealing Origins and Unfolding into Today’s Dwarfs), che ha ottenuto 1,67 milioni di euro in cinque anni per lo studio, attraverso simulazioni avanzate, della nascita e dell’evoluzione delle galassie nane. Il finanziamento permetterà di creare in Italia un nuovo gruppo di ricerca, con l’assunzione prevista di tre post-doc e due dottorandi: un esempio concreto di come un singolo grant ERC possa generare occupazione qualificata e nuove competenze sul territorio.
Il paradosso italiano: talenti riconosciuti, progetti che se ne vanno
È qui che la storia, da racconto di orgoglio, diventa motivo di riflessione. Dei 50 progetti vinti da ricercatori italiani, solo 22 resteranno e verranno sviluppati in Italia. Gli altri troveranno casa in istituzioni di altri Paesi europei, dove i vincitori hanno scelto — o sono stati costretti dalle circostanze — a portare il proprio progetto.
Il risultato è che, nella classifica dei Paesi che ospiteranno effettivamente i progetti finanziati, l’Italia scivola al sesto posto, dietro a Germania (89 progetti ospitati), Regno Unito (47) e Francia (38). Un Paese che forma talenti di altissimo livello — capaci di competere e vincere in una selezione con appena l’8,8% di successo — non riesce a trattenerne più della metà.
Questo scarto tra “talenti prodotti” e “progetti trattenuti” non è una novità isolata: è la fotografia più recente di un fenomeno strutturale, quello della fuga di cervelli italiana, che da anni sottrae al Paese le competenze in cui più investe, dalla scuola dell’obbligo fino al dottorato di ricerca.
Perché l’Italia non trattiene i suoi ricercatori migliori
Le ragioni di questo divario sono in larga parte note a chiunque abbia frequentato da vicino il sistema della ricerca italiano:
- Infrastrutture e laboratori: non tutte le università e gli enti di ricerca italiani dispongono di strutture adeguate ad accogliere progetti scientifici di frontiera, soprattutto nelle aree più fragili del Paese e nel Mezzogiorno.
- Prospettive di carriera instabili: il percorso che porta da post-doc a ricercatore stabile in Italia resta spesso lungo, precario e poco prevedibile, mentre altri sistemi europei offrono percorsi più chiari verso la stabilizzazione.
- Retribuzioni non competitive: gli stipendi della ricerca pubblica italiana restano, in molti casi, inferiori a quelli offerti da istituzioni tedesche, olandesi o scandinave a parità di qualifica.
- Burocrazia e tempi di reclutamento: l’avvio effettivo di un gruppo di ricerca finanziato da un ERC Grant richiede spesso tempi amministrativi più lunghi in Italia rispetto ad altri contesti europei, un fattore che scoraggia chi deve decidere in tempi rapidi dove sviluppare il proprio progetto.
Cosa serve per invertire la rotta
Il dato del 2026 conferma una lezione già nota, ma che vale la pena ribadire con chiarezza: il problema non è la qualità delle risorse umane italiane, che il numero di vincitori ERC dimostra essere straordinaria, ma la capacità del sistema-Paese di offrire condizioni competitiveper trattenerle. Investire sulla formazione senza investire, in parallelo, su laboratori, infrastrutture e carriere stabili significa continuare a “esportare” — a costo zero per chi arriva, e a costo altissimo per chi resta — il capitale umano più qualificato che il Paese produce.
Alcune direzioni di intervento appaiono più urgenti di altre:
- Rafforzare i fondi di cofinanziamento nazionale per i vincitori di grant europei, così da rendere più attrattivo restare in Italia rispetto al trasferirsi altrove.
- Semplificare i tempi di reclutamento delle università e degli enti pubblici di ricerca per l’assunzione dei team legati ai progetti ERC.
- Investire in infrastrutture di ricercaanche nelle regioni del Mezzogiorno, dove il divario con il Centro-Nord resta ampio.
- Costruire percorsi di carriera stabili e prevedibili, riducendo il ricorso a contratti precari concatenati per anni.
Conclusione: un successo che interroga il sistema
I 50 vincitori italiani degli ERC Starting Grant 2026 meritano tutta la stima e il riconoscimento che il risultato porta con sé: si tratta di un secondo posto europeo conquistato in una competizione durissima, con un tasso di successo inferiore al 9%. Ma proprio perché il talento non è in discussione, il vero banco di prova per l’Italia riguarda ciò che accade dopo l’annuncio dei vincitori: quanti di questi progetti — e delle persone che li porteranno avanti — sceglieranno di costruire il proprio futuro scientifico qui, e quanti invece lo faranno altrove.
La differenza tra 50 e 22 non è solo un numero statistico. È la misura di quanto lavoro resti da fare perché l’eccellenza italiana nella ricerca non sia soltanto un titolo di giornale, ma una risorsa che il Paese riesce davvero a trattenere e valorizzare.
Fonti: ANSA, European Research Council (ERC), LaPresse.

