Governo Meloni: la politica economica tra riduzione del deficit, tagli fiscali e nodi irrisolti
Dal suo insediamento nell’ottobre 2022, il Governo Meloni ha costruito la propria politica economica attorno a un mandato dichiarato: tenere sotto controllo i conti pubblici, ridurre gradualmente la pressione fiscale sul lavoro e mantenere la fiducia dei mercati finanziari in un contesto europeo di regole di bilancio più stringenti. A quasi quattro anni di distanza, con la quarta manovra finanziaria ormai in vigore, è possibile tracciare un bilancio più maturo, fondato sui dati ufficiali di Istat, Banca d’Italia, Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) e Commissione Europea, senza rinunciare a un giudizio critico su luci e ombre.
Questo articolo ricostruisce i pilastri della politica economica del Governo Meloni, analizza i numeri su crescita, debito e lavoro, mette a confronto le opinioni di chi sostiene l’esecutivo e di chi lo critica, e offre alcuni consigli pratici per orientarsi tra le misure in vigore.
Che cosa significa “politica economica del Governo Meloni”
Quando si parla di politica economica del Governo Meloni ci si riferisce a un insieme coerente di scelte: la legge di bilancio annuale, la gestione del rapporto con l’Unione Europea sul debito e sul deficit, gli interventi sul cuneo fiscale e sull’IRPEF, le misure di sostegno a famiglie e imprese, l’attuazione del PNRR ereditato e via via rimodulato, e la gestione delle entrate straordinarie richieste al settore bancario e assicurativo. È un impianto che negli anni ha mantenuto una linea di fondo relativamente stabile — prudenza sui conti pubblici, priorità dichiarata a natalità, lavoro e Mezzogiorno — pur dovendo fare i conti con una crescita economica strutturalmente debole.
I pilastri della manovra economica del Governo Meloni
La legge di bilancio 2026: le cifre principali
La legge di bilancio per il 2026 (L. n. 199/2025) è la quarta manovra firmata dal Governo Meloni e vale complessivamente circa 18,7-22,4 miliardi di euro, a seconda che si consideri il valore netto delle misure o l’insieme delle risorse mobilitate. Il testo è stato definito dalla premier “seria ed equilibrata” e presentato come continuità con le manovre precedenti, con le stesse priorità dichiarate: famiglia e natalità, riduzione delle tasse, sostegno alle imprese, sanità. Circa l’89% delle risorse risultava già disponibile a metà febbraio 2026, e il numero di decreti attuativi rinviati (103) è il più basso degli ultimi otto anni, un dato che il governo rivendica come segnale di maggiore efficacia amministrativa.
Sul fronte del metodo, va segnalato un paradosso osservato da diversi osservatori indipendenti: pur presentando la manovra con meno ritardo rispetto ai governi precedenti, il Governo Meloni ha comunque lasciato al Parlamento tempi di esame molto compressi, con il grosso delle modifiche concentrato nelle ultime settimane dell’anno.
Taglio IRPEF e cuneo fiscale: chi guadagna e quanto
Il principale intervento fiscale della manovra 2026 riguarda l’IRPEF: l’aliquota del secondo scaglione (redditi tra 28.000 e 50.000 euro) scende dal 35% al 33%. Il risparmio è modesto per chi guadagna intorno ai 30.000 euro e cresce progressivamente fino ai 50.000 euro, mentre i redditi sopra i 200.000 euro restano esclusi dal beneficio. Per i lavoratori dipendenti, gli aumenti salariali legati ai rinnovi contrattuali 2025-2026 beneficiano di un’aliquota agevolata al 5% fino a 28.000 euro di reddito, insieme a una tassazione più leggera sui premi di produttività.
Il Governo Meloni presenta questi interventi come una difesa del “ceto medio”. Diverse analisi indipendenti, tra cui quelle citate da Bankitalia, sollevano però un punto tecnico rilevante: il problema strutturale italiano non riguarderebbe tanto i salari netti — su cui la leva fiscale può incidere — quanto i salari lordi, che restano bassi per ragioni di produttività e struttura produttiva su cui la sola politica fiscale ha margini limitati.
Misure per imprese, Mezzogiorno e nuove entrate
Sul fronte imprese, la manovra del Governo Meloni proroga per tre anni il regime di iper-ammortamento per gli investimenti in trasformazione tecnologica e digitale, rifinanzia il credito d’imposta per la Zona Economica Speciale (ZES) unica del Mezzogiorno portandolo a 2,3 miliardi di euro e conferma la Nuova Sabatini per gli investimenti delle PMI.
Per finanziare la manovra senza nuovo debito, il governo ha scelto di chiedere un contributo aggiuntivo al settore bancario e assicurativo (circa 4,5 miliardi di euro tra aumento IRAP e imposta sulle riserve), di raddoppiare la tassa sulle transazioni finanziarie e di introdurre un contributo di 2 euro sui piccoli pacchi extra-UE. Forza Italia ha ottenuto che la misura non venisse presentata come tassa sugli “extraprofitti”, un’etichetta politicamente sensibile all’interno della maggioranza.
I conti pubblici sotto il Governo Meloni: deficit, debito e crescita
Il deficit e la procedura d’infrazione europea
Uno degli obiettivi dichiarati del Governo Meloni era uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo, aperta nel 2024. Il rapporto deficit/PIL è sceso al 3,1% nel 2025 (dal 3,4% dell’anno precedente), un miglioramento reale ma non sufficiente a scendere sotto la soglia del 3% richiesta da Bruxelles: l’Italia resta quindi, a inizio 2026, dentro la procedura d’infrazione. Per il 2026 le previsioni del governo indicano un deficit al 2,9%, con l’UPB che stima un dato leggermente più prudente.
Il debito pubblico: numeri e proiezioni
Il debito pubblico italiano ha raggiunto i 3.139,9 miliardi di euro a febbraio 2026, pari a circa 52.000 euro per cittadino. Il rapporto debito/PIL, salito dal 134,7% del 2024 al 137,1% nel 2025, è atteso in ulteriore crescita al 138,5-138,6% nel 2026 secondo le stime di MEF e FMI, per poi stabilizzarsi leggermente nel biennio successivo. Il Governo Meloni attribuisce buona parte di questo peggioramento all’eredità del Superbonus edilizio dei governi precedenti, che pesa per circa 40 miliardi di euro nel 2026, oltre all’aumento della spesa per interessi, che assorbe ormai quasi il 4% del PIL. L’Italia resta il secondo Paese UE per rapporto debito/PIL dopo la Grecia, con un divario che rispetto alla Germania supera i 70 punti percentuali.
Una crescita del PIL strutturalmente debole
Il dato più critico per la politica economica del Governo Meloni resta probabilmente quello della crescita: il PIL italiano è aumentato dello 0,5% nel 2025 e le previsioni per il 2026 oscillano tra lo 0,5% e lo 0,6%, con revisioni al ribasso rispetto alle stime iniziali. Diverse fonti finanziarie internazionali segnalano che l’Italia rischia di chiudere un quinquennio 2023-2027 con una crescita costantemente sotto l’1% l’anno. Il governo attribuisce parte del rallentamento a fattori esterni — tensioni geopolitiche, guerra in Medio Oriente, dinamiche del commercio internazionale — che secondo le simulazioni dell’UPB potrebbero sottrarre fino a 0,3-0,4 punti di PIL nel biennio 2026-2027.
Lavoro, salari e potere d’acquisto nell’era del Governo Meloni
Occupazione in crescita: i dati che il governo rivendica
Sul mercato del lavoro, il Governo Meloni rivendica risultati concreti: gli occupati sono saliti a 24,3 milioni a luglio 2026, circa un milione in più rispetto ai 23,2 milioni di novembre 2022, con un tasso di occupazione al picco storico del 63,2%. La disoccupazione generale è scesa al 5,8% (oltre due punti in meno rispetto a fine 2022) e quella giovanile è calata al 18,9%, ai minimi storici.
Il nodo dei salari reali e del lavoro vulnerabile
Le opposizioni e diversi organismi tecnici indipendenti offrono una lettura più cauta. L’UPB rileva che le retribuzioni reali restano inferiori di oltre l’8% rispetto ai livelli medi del 2020, nonostante un recupero parziale registrato nel 2024 e 2025, quando le retribuzioni contrattuali sono cresciute più dell’inflazione grazie anche al rafforzamento del taglio del cuneo fiscale. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sottolineano inoltre che una quota rilevante delle nuove assunzioni riguarderebbe forme di “lavoro vulnerabile” — part-time involontario e contratti a termine frammentati — e che l’aumento degli inattivi, in particolare tra donne e giovani, andrebbe considerato nella lettura complessiva dei dati occupazionali.
Le opinioni a confronto sulla politica economica del Governo Meloni
Gli argomenti di chi sostiene l’esecutivo
Chi valuta positivamente l’operato del Governo Meloni in campo economico sottolinea in particolare:
- la stabilità politica, un fattore che i mercati tendono a premiare con uno spread BTP-Bund relativamente contenuto rispetto ai picchi del passato;
- la riduzione, seppur insufficiente a raggiungere l’obiettivo europeo, del deficit rispetto ai livelli ereditati (oltre l’8% del PIL nel 2022, secondo quanto dichiarato dalla premier);
- il miglioramento dei principali indicatori occupazionali;
- un metodo di bilancio più ordinato, con presentazione delle manovre in anticipo rispetto alla prassi di molti esecutivi precedenti.
Le critiche di opposizione, sindacati e tecnici
Sul fronte opposto, le critiche più ricorrenti alla politica economica del Governo Meloni riguardano:
- una crescita del PIL giudicata insufficiente a ridurre in modo strutturale il rapporto debito/PIL, che resta ai massimi storici al netto del periodo pandemico;
- una manovra 2026 definita da alcuni analisti “modesta” e sbilanciata a favore dei redditi medio-alti, con benefici fiscali che crescono all’aumentare del reddito fino alla soglia dei 50.000 euro;
- il mancato recupero pieno del potere d’acquisto dei salari, un problema strutturale italiano che precede questo governo ma che resta irrisolto;
- il ricorso a entrate una tantum (contributo di banche e assicurazioni, pace fiscale) per finanziare misure strutturali, una tecnica di bilancio più volte segnalata come poco sostenibile nel tempo dagli organismi tecnici.
Una valutazione d’insieme, tra continuità e limiti strutturali
Guardando ai dati nel loro complesso, la politica economica del Governo Meloni appare caratterizzata più dalla continuità e dalla gestione prudente dell’esistente che da una svolta strutturale. Sul lato dei conti pubblici, i risultati raggiunti — deficit in calo, manovre presentate con più anticipo, assenza di nuovo scostamento di bilancio rilevante — sono reali, ma insufficienti a risolvere due nodi che precedono questo esecutivo e continueranno probabilmente a condizionare qualunque governo italiano nel medio periodo: un debito pubblico tra i più alti d’Europa e una crescita del PIL strutturalmente bassa, legata a produttività stagnante più che a scelte di breve periodo.
Sul lato sociale, il tentativo di usare la leva fiscale per sostenere i redditi da lavoro ha prodotto benefici misurabili ma parziali: utile a chi si trova già in un rapporto di lavoro relativamente stabile, meno risolutivo per chi è ai margini del mercato del lavoro o percepisce salari lordi bassi, dove — come segnalato da Bankitalia — la politica fiscale da sola ha margini limitati. È una lettura che vale la pena tenere presente sia per chi guarda con favore all’azione del governo, sia per chi la critica: i numeri raccontano miglioramenti reali su alcuni indicatori e stagnazione su altri, senza che nessuna delle due narrazioni — quella del “governo che ha risanato i conti” e quella del “governo che ha fallito sui salari” — colga da sola l’intero quadro.
Consigli pratici di fronte alle misure del Governo Meloni
Al di là del giudizio politico, le misure della manovra 2026 hanno effetti concreti su cittadini e imprese. Ecco alcuni suggerimenti utili per orientarsi.
Per i lavoratori dipendenti
- Verificare in busta paga l’effettivo impatto della riduzione dell’aliquota IRPEF sul secondo scaglione, che varia sensibilmente tra i 30.000 e i 50.000 euro di reddito.
- Controllare con il proprio datore di lavoro se gli aumenti contrattuali 2025-2026 rientrano nell’aliquota agevolata al 5% prevista per i redditi fino a 28.000 euro.
- Tenere sotto controllo l’andamento dei rinnovi dei contratti collettivi di categoria, elemento decisivo per il recupero del potere d’acquisto più della sola leva fiscale.
Per le famiglie
- Verificare le nuove modalità di calcolo dell’ISEE sulla prima casa, che possono influire sull’accesso a bonus e agevolazioni.
- Monitorare i fondi dedicati alla natalità e alla conciliazione famiglia-lavoro, che restano tra le priorità dichiarate della manovra, per intercettare bonus e strumenti di sostegno effettivamente disponibili.
Per le imprese
- Valutare la convenienza dell’iper-ammortamento per investimenti in trasformazione tecnologica e digitale realizzati tra gennaio 2026 e settembre 2028.
- Per le imprese del Mezzogiorno, verificare i requisiti di accesso al credito d’imposta ZES unica, rifinanziato per 2,3 miliardi di euro.
- Tenere monitorati eventuali strumenti collegati alla revisione della politica di coesione europea, che il governo ha indicato come possibile fonte aggiuntiva di risorse per gli investimenti.
Domande frequenti sulla politica economica del Governo Meloni
Quanto vale la manovra 2026 del Governo Meloni?
La legge di bilancio 2026 vale, a seconda dei criteri di calcolo, tra i 18,7 e i 22,4 miliardi di euro, finanziata principalmente senza nuovo debito, attraverso un contributo aggiuntivo richiesto a banche e assicurazioni e nuove imposte mirate.
L’Italia è ancora in procedura d’infrazione UE per deficit eccessivo?
Sì. Nonostante il calo del rapporto deficit/PIL al 3,1% nel 2025, il dato resta sopra la soglia del 3% fissata dalle regole europee, per cui l’Italia continua a essere soggetta alla procedura aperta nel 2024.
Il debito pubblico italiano sta aumentando o diminuendo con il Governo Meloni?
Il rapporto debito/PIL è aumentato, passando dal 134,7% del 2024 al 137,1% nel 2025, con proiezioni per il 2026 intorno al 138,5-138,6%, complice anche l’eredità del Superbonus e l’aumento della spesa per interessi.
I salari sono aumentati o diminuiti sotto il Governo Meloni?
I dati sono contrastanti: le retribuzioni contrattuali sono cresciute più dell’inflazione nel 2024 e nel 2025, ma le retribuzioni reali restano ancora inferiori di oltre l’8% rispetto ai livelli del 2020, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio.
Conclusione
La politica economica del Governo Meloni si muove lungo un equilibrio dichiarato tra prudenza sui conti pubblici e sostegno mirato a lavoro, famiglie e imprese, in un contesto di regole europee più severe e di risorse limitate. I dati disponibili restituiscono un quadro misto: risultati apprezzabili sul fronte occupazionale e su una gestione dei conti pubblici più ordinata rispetto al passato, a fronte di nodi strutturali — crescita debole, debito elevato, potere d’acquisto non ancora recuperato — che nessuna manovra annuale può risolvere da sola. Comprendere questi dati, al netto delle narrazioni politiche contrapposte, resta il modo più utile per valutare concretamente l’impatto di ogni nuova misura sulla propria situazione personale, familiare o imprenditoriale.
Fonti principali: Istat, Banca d’Italia, Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), Ministero dell’Economia e delle Finanze, Eurostat, Pagella Politica, Linkiesta, Valigia Blu, Avvenire, Oblo.it (dati aggiornati a settembre 2026).

