Aggiornato al 16 ottobre 2026. Il voto si terrà il 3 novembre: i dati qui riportati sono una fotografia del momento, non un risultato.

I sondaggi sulle midterm di Trump raccontano, a meno di tre settimane dal voto, un quadro netto: il Partito Democratico è in vantaggio nel voto generico per il Congresso, il presidente ha livelli di gradimento tra i più bassi mai registrati a questo punto di un mandato e i modelli previsionali danno ai Democratici probabilità molto alte di riconquistare la Camera. Ma che cosa significa davvero «perdere le midterm» per Donald Trump? Che cosa potrebbe fare il presidente il giorno dopo, e che cosa gli sarebbe invece precluso? E quanto ci si può fidare dei numeri? Questo articolo prova a rispondere con ordine, distinguendo ciò che è documentato da ciò che è ipotesi.

Sondaggi midterm Trump: la situazione a metà ottobre 2026

Il voto generico: i Democratici avanti di circa 9 punti

Il principale indicatore del clima politico alle elezioni di metà mandato è il cosiddetto generic ballot (voto generico): ai cittadini si chiede se voterebbero per il candidato democratico o repubblicano al Congresso nel proprio distretto, senza nomi.

Secondo la media del Silver Bulletin di Nate Silver, all’inizio di ottobre i Democratici erano avanti di circa 8,9 punti, con una crescita iniziata a settembre; altre medie collocano il vantaggio tra circa 7,8 e 9 punti. Per capire quanto sia cambiato il quadro: all’inizio dell’anno lo stesso aggregatore indicava un margine intorno ai 5 punti, e a luglio intorno ai 6.

Il dato va letto con un contesto storico: dal 1994 in poi, nelle midterm, il partito all’opposizione ha vinto il voto popolare per la Camera di circa 4,4 punti in media. Il vantaggio attuale è quindi superiore alla norma, e alcuni analisti richiamano il confronto con il 2006, anno di forte sconfitta repubblicana con un presidente impopolare e un conflitto in Medio Oriente.

L’approvazione di Trump: sotto il 40%

Il secondo grande indicatore è il gradimento del presidente. All’inizio del 2026 la media di RealClearPolling lo collocava intorno al 44%. A inizio ottobre, la media dei principali aggregatori e sondaggisti si colloca intorno al 36% di approvazione contro circa il 61% di disapprovazione, con singoli sondaggi anche più bassi: Reuters/Ipsos ha rilevato un 32% e CNN un 33%.

Secondo la ricostruzione di Wikipedia sui sondaggi del secondo mandato, ad agosto Trump risultava il secondo presidente più impopolare a questo punto del mandato dagli anni Quaranta in poi. Esistono anche rilevazioni più favorevoli (alcune testate riportano valori attorno al 38%), a conferma che la forbice tra sondaggisti resta ampia.

Perché il clima è cambiato

Gli analisti citano più fattori, senza che nessuno basti da solo a spiegare il calo:

  • La guerra in Iran, iniziata a febbraio, ha accelerato il calo del gradimento secondo diversi sondaggi di primavera, anche se in alcune fasi la sua influenza sul voto generico è sembrata limitata.
  • L’ansia economica degli elettori, con il costo della vita al centro del dibattito.
  • Il ciclo storico: dal 2002 il partito del presidente ha perso seggi a ogni midterm (ad eccezione, in termini generali, delle fasi eccezionali del 1998 e del 2002).
  • Il malcontento verso gli incumbent, che colpisce soprattutto chi governa.

Le previsioni: Camera quasi decisa, Senato contendibile

Camera dei Rappresentanti

Il modello FLIPR di Silver Bulletin, all’8 ottobre, attribuiva ai Democratici circa il 93% di probabilità di conquistare la Camera. Ad agosto, Silver stesso parlava di una forbice tra 85% e 90% e invitava a non sottovalutare il vantaggio: «tutto punta nella stessa direzione», spiegava, citando presidente impopolare, economia e storia.

Senato

Al Senato i Repubblicani hanno oggi 53 seggi contro 47. Per ribaltarlo, i Democratici devono vincere in stati dove Trump ha prevalso di molto. Eppure il modello FLIPR ha portato i Democratici a circa il 75% di probabilità di maggioranza al Senato (con una media di circa 52 seggi), contro il 50% circa di un mese prima. Le gare più osservate sono Ohio, Maine, North Carolina, Texas e Alaska; Michigan, Minnesota e New Hampshire sono considerate più favorevoli ai Democratici.

Secondo la stessa simulazione, la probabilità che i Democratici conquistino entrambe le camere è di circa il 75%, quella che i Repubblicani le mantengano entrambe di circa il 7%. Nelle settimane precedenti anche i mercati di previsione come Kalshi davano il Senato intorno al 53% per i Democratici, a metà settembre.

I limiti dei sondaggi: perché serve prudenza

Raccontare solo i numeri sarebbe disonesto. Ci sono almeno sei ragioni per leggerli con cautela.

  • Un sondaggio non è una previsione. Fotografa l’opinione nel momento della rilevazione, non il comportamento di voto del 3 novembre.
  • Il voto generico non è il numero di seggi. La Camera si decide in 435 collegi, non nel voto popolare nazionale.
  • Le mappe elettorali sono state ridisegnate. Una ondata senza precedenti di redistricting a metà decennio, avviata da Trump e imitata da alcuni stati democratici, potrebbe portare ai Repubblicani un vantaggio netto di diversi seggi. Le stime pubblicate in primavera parlavano di fino a 17 seggi guadagnati dai Repubblicani e fino a 6 dai Democratici, con la sentenza Callais della Corte Suprema che ha ampliato i margini delle legislature statali. Molte di queste stime dipendevano da ricorsi ancora pendenti, quindi vanno considerate datate.
  • Qualità variabile dei sondaggi. Alcuni osservatori segnalano una proliferazione di rilevazioni di scarsa qualità, comprese alcune generate con l’intelligenza artificiale e almeno un sondaggista rivelatosi fraudolento.
  • Pochi sondaggi statali affidabili, a causa del calo di budget del giornalismo locale, soprattutto per Camera e Senato.
  • Possibili effetti di breve periodo. Lo stesso Silver ha discusso se esista un «rimbalzo fantasma» estivo dei Democratici nei sondaggi del Senato; e alcuni sondaggisti sono divisi tra elettori registrati e probabili.

Un avvertimento anche sulle fonti: molti dei dati riportati qui provengono da aggregatori e da cronache di seconda mano. Per le cifre aggiornate conviene sempre consultare direttamente i tracker originali.

Cosa significa «perdere le midterm» per Trump

Prima di tutto una precisazione: Trump non è sulla scheda. Non può essere «sconfitto» nel senso elettorale (la Costituzione gli impedisce comunque un terzo mandato). Quando si parla di sua sconfitta, si intende la perdita della maggioranza repubblicana in una o in entrambe le camere del Congresso. Gli scenari sono tre.

Scenario A: i Democratici conquistano la Camera, i Repubblicani tengono il Senato

È lo scenario che i sondaggi rendono più probabile, e il più prevedibile nei suoi effetti. La nuova maggioranza si insedierebbe a gennaio 2027, con Hakeem Jeffries in prima fila per diventare speaker. Trump potrebbe ancora far confermare i suoi candidati dal Senato, ma non potrebbe più far approvare leggi senza il consenso democratico.

Scenario B: i Democratici conquistano entrambe le camere

È l’esito più sfavorevole per Trump, e secondo FLIPR ha circa tre probabilità su quattro. Il presidente perderebbe anche il controllo sulle nomine: giudici, ambasciatori e membri del governo dovrebbero passare da un Senato a guida democratica, con effetti potenzialmente enormi se si aprisse un posto alla Corte Suprema.

Scenario C: i Repubblicani tengono entrambe le camere

Anche se per i modelli è improbabile (intorno al 7%), non va escluso: la storia elettorale americana riserva sorprese e i sondaggi possono sbagliare. In questo caso Trump rafforzerebbe la propria narrazione e il proprio controllo sul partito in vista del 2028.

Cosa potrebbe fare Trump dopo una sconfitta

Perdere il Congresso non rende il presidente impotente. Le sue leve principali restano considerevoli.

Governare con gli strumenti dell’esecutivo

Trump potrebbe continuare a governare con ordini esecutivi, direttive alle agenzie, priorità nell’applicazione delle leggi e riorganizzazione del personale federale, sempre entro i limiti fissati dai tribunali. L’immigrazione, la politica commerciale (nei limiti delle leggi esistenti) e la regolamentazione sono terreni in cui l’esecutivo ha larga autonomia.

Usare il veto

Il presidente può respingere qualsiasi legge approvata da un Congresso a maggioranza democratica. Per superare il veto servono i due terzi di entrambe le camere, una soglia irraggiungibile senza un’ampia fetta di repubblicani.

Dominare la politica estera e militare

Trump resterebbe comandante in capo e guiderebbe la diplomazia, compreso il dossier iraniano. Il Congresso può votare risoluzioni sui poteri di guerra, ma anche queste sono soggette al veto.

Resistere alle inchieste

Secondo le cronache, la Casa Bianca dovrebbe giocare duro di fronte alle indagini, e i Democratici si preparano a un’amministrazione che potrebbe ignorare le citazioni o rifiutarsi di consegnare documenti. Il presidente potrebbe invocare il privilegio esecutivo e portare lo scontro in tribunale, rallentando i tempi.

Usare la grazia presidenziale

Il potere di grazia per reati federali resta intatto. Non copre i reati statali né evita l’impeachment.

Cosa non potrebbe fare Trump

  • Far approvare nuove leggi senza il consenso del Congresso. Un’agenda legislativa (tagli fiscali, riforme dell’immigrazione) sarebbe di fatto bloccata alla Camera.
  • Spendere fondi contro la volontà del Congresso. Il bilancio federale richiede l’accordo di entrambe le camere, quindi una maggioranza democratica alla Camera potrebbe usare il potere della borsa e anche il rischio di shutdown come leva negoziale. Il rapporto tra poteri sul tema degli stanziamenti non spesi (impoundment) è comunque conteso e passa dai tribunali.
  • Candidarsi a un terzo mandato, vietato dal XXII emendamento.
  • Cancellare o rinviare elezioni. La data delle elezioni federali è fissata dalla legge e le procedure sono in larga parte gestite dagli stati.
  • Sciogliere il Congresso o rimuovere parlamentari eletti.
  • Sottrarsi in modo definitivo al controllo giudiziario: le sentenze definitive vincolano anche il presidente.

Cosa potrebbero fare i Democratici con la Camera

Per una maggioranza democratica gli strumenti più concreti sono quelli della vigilanza parlamentare: audizioni, citazioni in giudizio, richieste di documenti e procedimenti per oltraggio al Congresso. Secondo quanto riferito dalla stampa, i dirigenti democratici stanno già preparando un vasto programma di inchieste su Trump, la sua famiglia e l’amministrazione, con un’attenzione particolare ai patrimoni familiari cresciuti dal ritorno alla Casa Bianca.

Tra i nomi che l’eventuale presidente della commissione Sorveglianza, Robert Garcia, ha indicato come possibili destinatari di citazioni compaiono il vice capo di gabinetto Stephen Miller, l’ex segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem e il suo ex collaboratore Corey Lewandowski. Non risulta però stilato un elenco definitivo né avviata alcuna inchiesta formale.

Il nodo dell’impeachment

Trump ha ripetutamente avvertito che i Democratici lo metterebbero in stato d’accusa una terza volta. Sulla carta la Camera può farlo a maggioranza semplice, ma la rimozione richiede 67 voti su 100 al Senato: senza almeno 20 senatori repubblicani, una condanna è praticamente impossibile. Per questo Garcia ha dichiarato di essere più interessato a fermare e ribaltare l’agenda di Trump che a lanciare subito un impeachment destinato a non passare, e i resoconti indicano che i Democratici potrebbero concentrarsi più facilmente su membri del governo. La pressione dell’ala sinistra del partito, però, resta un’incognita.

Dopo il voto: i rischi da monitorare

  • Il tono della reazione presidenziale all’esito, a partire dai ricorsi e dalle contestazioni sui risultati. Al momento non ci sono elementi verificati su cui costruire scenari; è un aspetto da seguire con attenzione.
  • Il rapporto tra Casa Bianca e Congresso sul bilancio, con possibili stalli e blocchi dei servizi federali.
  • Il futuro del Partito Repubblicano: una sconfitta netta potrebbe aprire il confronto sulla successione in vista del 2028.
  • La Corte Suprema e i tribunali, destinati a essere arbitri nei conflitti tra esecutivo e Congresso.

Domande frequenti sulle midterm di Trump

Quando si vota alle midterm 2026?

Il 3 novembre 2026, con il voto anticipato già in corso in numerosi stati.

I sondaggi danno Trump perdente?

Trump non è candidato. I sondaggi indicano un forte vantaggio democratico nel voto generico, un gradimento presidenziale sotto il 40% e probabilità elevate per i Democratici di vincere la Camera, ma sono stime, non certezze.

Trump può essere rimosso dopo le midterm?

L’impeachment è possibile se i Democratici controllano la Camera, ma la condanna richiede i due terzi del Senato, quindi oggi appare molto difficile.

Cosa cambia per l’Italia e l’Europa?

Un Congresso a maggioranza democratica potrebbe frenare alcune iniziative su dazi, spesa e sostegno internazionale, ma la politica estera resta in larga parte nelle mani del presidente. Un effetto concreto dipenderà soprattutto dai poteri di bilancio e dal Senato.

Conclusione: cosa ci dicono davvero i numeri

I sondaggi sulle midterm di Trump indicano una probabile sconfitta repubblicana alla Camera e una partita aperta, con vantaggio democratico, al Senato. Tuttavia, tra mappe ridisegnate, sondaggi di qualità variabile e un elettorato che si decide anche nelle ultime settimane, la prudenza è d’obbligo. Anche in caso di sconfitta, Trump manterrebbe veto, poteri esecutivi e politica estera; perderebbe invece la capacità di legiferare e di sottrarsi alla vigilanza del Congresso. Il vero test, nei mesi successivi, sarà la tenuta dell’equilibrio tra poteri.

Fonti consultate

Aggregatori e modelli: Silver Bulletin (medie del voto generico e modello FLIPR), RealClearPolling, Decision Desk HQ, Wikipedia (raccolta dei sondaggi sul secondo mandato Trump), PlusMinus. Cronache: Newsweek, Political.org, Associated Press, Reuters, Bloomberg Government, Mediaite, Stateline, CNN (via riepiloghi). Si consiglia di verificare gli ultimi dati sui tracker originali, che cambiano quasi ogni giorno.