Guerra Iran-USA ed economia europea: rischi reali, ma non un nuovo 2022

Da inizio settembre 2026 il conflitto tra Stati Uniti e Iran è tornato a farsi sentire con nuovi raid nel Golfo e un episodio nello Stretto di Hormuz che ha coinvolto una petroliera in transito. Ogni volta che le tensioni si riaccendono, la domanda che arriva anche nelle case europee è sempre la stessa: quanto costerà tutto questo, in bolletta e in busta paga? La risposta degli economisti, in queste settimane, è più articolata di un semplice allarme: ci sono rischi concreti, ma anche elementi che rendono l’Europa del 2026 meno fragile di quella del 2022.

Vediamo, punto per punto, che cosa sta succedendo davvero.

Guerra Iran Usa economia Europa: cosa è successo sui mercati energetici

Tra il 1° e il 3 settembre le forze statunitensi hanno colpito obiettivi legati ai Guardiani della Rivoluzione lungo la costa meridionale iraniana, incluse due petroliere di Teheran, mentre l’Iran ha risposto con missili e droni contro basi americane in Kuwait e Iraq. Nello stesso periodo, l’agenzia marittima britannica UKMTO ha segnalato il colpo di tre proiettili non identificati contro una petroliera in uscita dallo Stretto di Hormuz, snodo da cui transita ogni giorno una parte rilevante del petrolio mondiale.

Sul piano dei prezzi, il Brent si mantiene sopra i 90 dollari al barile, con oscillazioni giornaliere che nelle fasi più tese hanno superato il 5%. Il gas europeo ha invece mostrato una volatilità ancora maggiore: dopo aver sfiorato i 70 euro al megawattora, è tornato attorno ai 50, complici anche i danni riportati dagli impianti energetici di Arabia Saudita e Qatar durante le fasi più acute del conflitto.

Un danno che può durare più della guerra stessa

L’elemento su cui gli analisti insistono di più non è tanto la fiammata di prezzo, quanto i danni strutturali subiti da alcuni impianti di estrazione — in particolare in Qatar — i cui effetti sulle forniture di gas potrebbero protrarsi ben oltre la fine del conflitto. È la differenza tra uno shock temporaneo, destinato a rientrare, e un problema di capacità produttiva che richiederebbe mesi per essere risolto.

Inflazione eurozona guerra Iran: cosa dicono le stime ufficiali

Le proiezioni sull’inflazione dell’area euro variano molto a seconda dello scenario considerato, ed è proprio questa forbice a rendere il quadro più utile da leggere con attenzione, senza cedere agli scenari più estremi come se fossero già una certezza.

  • Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis, secondo quanto riportato da Bloomberg, ha indicato un possibile aumento dell’inflazione di 0,7-1 punto percentuale rispetto alle stime precedenti, con un potenziale superamento della soglia del 3% nel corso dell’anno.
  • Oxford Economics stima, nello scenario di un Brent stabile intorno agli 80 dollari, un impatto più contenuto: circa mezzo punto percentuale in più di inflazione e una crescita del PIL frenata verso lo 0,8-0,9%.
  • Nello scenario più severo elaborato da Goldman Sachs — petrolio stabilmente sopra i 100 dollari — la crescita globale perderebbe fino a mezzo punto, con l’inflazione europea che potrebbe salire anche di oltre 2 punti secondo le stime più prudenti di J. Safra Sarasin. È lo scenario peggiore tra quelli circolati, non quello considerato più probabile dalla maggioranza degli analisti consultati finora.
  • Citi ha comunque già tagliato le stime di crescita dell’Eurozona per l’anno di 0,4 punti, un taglio quattro volte superiore a quello applicato agli Stati Uniti (0,1 punti).

Perché Europa e Stati Uniti non sono colpiti allo stesso modo

Il divario tra le due sponde dell’Atlantico ha una spiegazione strutturale, non politica: le importazioni nette di petrolio e GNL pesano per l’1-2% sul PIL europeo, mentre negli Stati Uniti — oggi esportatore netto di energia — le vendite all’estero di greggio e gas contribuiscono positivamente all’economia interna. È una asimmetria che aiuta a capire perché lo stesso conflitto produca effetti opposti sulle due economie, più che un giudizio sulle scelte di politica estera dell’una o dell’altra amministrazione.

Impatto economico Italia energia: perché siamo più esposti

All’interno dell’Eurozona non tutti i Paesi affrontano la stessa esposizione. L’Italia, per la sua maggiore dipendenza dal gas naturale liquefatto proveniente dal Qatar — proprio uno dei Paesi i cui impianti hanno subito danni durante il conflitto — risulta tra le economie più penalizzate secondo le analisi più recenti. Una vulnerabilità che si somma a quella già vissuta durante la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina, e che riporta al centro dell’agenda politica il tema della diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

Un’Europa più preparata rispetto al 2022 (ma non al riparo)

È qui che vale la pena correggere la narrazione più allarmistica circolata nelle prime ore dell’escalation. Rispetto alla crisi energetica del 2022, l’Europa arriva a questo nuovo shock con alcuni vantaggi concreti: una quota crescente di energie rinnovabili nel mix elettrico, una maggiore diversificazione dei fornitori e l’esperienza — anche organizzativa — accumulata negli ultimi anni. Come osservato dalla rivista il Mulino, questi progressi hanno ridotto alcune vulnerabilità, senza però eliminarle: il continente resta un importatore netto di energia, esposto ai prezzi internazionali del gas e alla concorrenza globale per il GNL.

Il punto debole, semmai, riguarda lo spazio di manovra dei bilanci pubblici: secondo l’istituto di ricerca ING, i governi europei dispongono oggi di meno margini fiscali per compensare con misure straordinarie — bonus energia, calmieri sui prezzi — l’impatto dei rincari, dopo anni di debito pubblico cresciuto per finanziare le risposte a pandemia, guerra in Ucraina e inflazione post-2022.

Il bivio della Bce tra inflazione e crescita

Lo shock energetico pone la Banca Centrale Europea davanti a un compromesso classico ma delicato: contenere una possibile ripresa dell’inflazione senza soffocare, con tassi troppo alti, una crescita già fragile. Prudenza condivisa anche oltreoceano: il presidente della Fed di Minneapolis, Neel Kashkari, ha dichiarato di voler attendere “molti più dati” prima di esprimersi su eventuali tagli dei tassi nel 2026 — segno che l’incertezza pesa sulle decisioni di politica monetaria da entrambe le sponde dell’Atlantico.

Due scenari possibili, non un’unica previsione

Gli economisti concordano nel distinguere due traiettorie. Se il conflitto si esaurisse nel giro di poche settimane, i prezzi di petrolio e gas tenderebbero a normalizzarsi con un impatto limitato e temporaneo su crescita e inflazione — lo scenario ritenuto più probabile da buona parte degli analisti consultati. Se invece si prolungasse, con interruzioni ripetute delle forniture dal Golfo, l’effetto si trasmetterebbe in modo più marcato a carburanti, trasporti e beni alimentari. È utile tenere presenti entrambi gli scenari, evitando sia la sottovalutazione del rischio sia la lettura più catastrofica, che al momento non trova un consenso univoco tra gli economisti interpellati dalle diverse fonti.

In sintesi

La guerra tra Iran e Stati Uniti sta generando un impatto reale e misurabile sull’economia europea, con l’Italia tra i Paesi più esposti per la propria dipendenza energetica. Non si tratta però, almeno secondo gli scenari centrali elaborati finora da Bce, Oxford Economics e dalle principali banche d’affari, di una ripetizione automatica dello shock del 2022: l’Europa arriva a questa crisi con strumenti in più, anche se con margini di bilancio più stretti. L’evoluzione dei prossimi mesi — legata soprattutto alla durata del conflitto e ai danni effettivamente riportati dagli impianti del Golfo — resterà la variabile decisiva per capire se lo scenario prevalente sarà quello del rallentamento gestibile o quello, più severo, di una nuova stagione di inflazione elevata e crescita debole.


Fonti: Il Sole 24 Ore, Sky TG24, MilanoFinanza, Euronews, Eurocomunicazione, rivista il Mulino, La Mia Finanza/ING. Articolo aggiornato al 4 settembre 2026 su un conflitto in evoluzione: i dati su prezzi energetici e stime macroeconomiche possono cambiare nel giro di pochi giorni.