Le comunità energetiche rinnovabili (CER) sono presentate, ormai da alcuni anni, come uno degli strumenti più promettenti della transizione energetica italiana: cittadini, imprese ed enti locali che si uniscono per produrre, condividere e consumare energia pulita, ricevendo in cambio un incentivo pubblico. È un’idea semplice ed elegante, che unisce beneficio economico individuale e ricaduta collettiva. Ma dietro la narrazione istituzionale — fatta di protocolli d’intesa, decreti aggiornati e comunicati entusiasti — si nasconde un quadro più complesso, fatto di numeri ancora modesti, burocrazia pesante e fondi ridimensionati. Capire se le CER siano un’opportunità concreta o in parte greenwashing normativo richiede di guardare oltre gli annunci.

Cosa sono le comunità energetiche rinnovabili

Una comunità energetica rinnovabile è un’associazione tra persone fisiche, imprese, enti pubblici o associazioni che condividono, tramite i propri consumi, l’energia elettrica rinnovabile prodotta da impianti collegati alla stessa cabina primaria. Il punto spesso frainteso è che l’energia non viaggia fisicamente da un aderente all’altro: quello che si condivide è un calcolo virtuale, non un cavo dedicato. Chi partecipa continua ad avere il proprio fornitore e il proprio contatore; cambia solo il meccanismo con cui, ora per ora, il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) registra la coincidenza tra produzione e consumo e riconosce un incentivo economico su quella quota “condivisa”.

Non è necessario possedere un impianto fotovoltaico per aderire: si può partecipare anche solo come consumatori, ricevendo comunque una quota dell’incentivo legata ai propri consumi nelle ore di condivisione. Questo aspetto è importante perché allarga la platea potenziale ben oltre chi può permettersi di installare pannelli propri.

Il quadro normativo: dal Milleproroghe al Decreto CACER

Le CER nascono in Italia con il Decreto Milleproroghe 162/2019, in attuazione della direttiva europea RED II. Il riferimento normativo oggi centrale è il cosiddetto Decreto CACER (DM MASE 414/2023), che ha stanziato complessivamente 5,7 miliardi di euro, di cui 2,2 miliardi finanziati dal PNRR, destinati a sostenere l’energia prodotta da impianti rinnovabili inseriti in configurazioni di autoconsumo condiviso.

Il decreto è stato successivamente modificato nel maggio 2025, con un aggiornamento che ha ampliato in modo significativo la platea dei beneficiari: il contributo a fondo perduto del 40% previsto dal PNRR, inizialmente riservato ai comuni sotto i 5.000 abitanti, è oggi accessibile anche a comuni fino a 50.000 abitanti. È un cambiamento che avvicina lo strumento a centri urbani medio-piccoli, molto diffusi nel Mezzogiorno e in Basilicata in particolare.

I numeri reali delle CER in Italia: crescita sì, ma lontana dagli obiettivi

Qui inizia la parte più utile di questa analisi: confrontare la narrazione con i dati.

Secondo il monitoraggio del GSE, alla fine del 2025 risultavano attive circa 900 comunità energetiche rinnovabili in Italia, con oltre 1.400 impianti connessi e una potenza installata complessiva inferiore ai 100 megawatt. Altri dati di monitoraggio più recenti, riferiti a gennaio 2026, parlano di quasi 1.900 configurazioni di autoconsumo condiviso attive, per circa 178 megawatt complessivi e oltre 18.000 aderenti — un salto avanti significativo, ma che va letto nel contesto giusto.

Il target fissato dal decreto CACER per la fine del 2027, infatti, è di 5.000 megawatt di nuova potenza rinnovabile installata attraverso le configurazioni di autoconsumo condiviso. Anche prendendo il dato più favorevole tra quelli disponibili, siamo oggi a una frazione minima — pochi punti percentuali — di quell’obiettivo, a meno di due anni dalla scadenza.

Un altro dato interessante riguarda la tecnologia: la produzione condivisa nelle CER è oggi legata quasi esclusivamente al fotovoltaico, con appena un paio di impianti eolici censiti a livello nazionale. Una comunità “energetica rinnovabile” che nei fatti coincide quasi sempre con una comunità “fotovoltaica” racconta qualcosa sui limiti pratici — burocratici e di redditività — che le altre fonti rinnovabili incontrano in questo schema.

Il colpo ai fondi PNRR

Un elemento che ridimensiona ulteriormente l’entusiasmo iniziale riguarda proprio le risorse economiche. Nel novembre 2025, a bando ancora aperto, la dotazione PNRR dedicata alle CER è stata ridotta da 2,2 miliardi a circa 795 milioni di euro, lasciando fuori copertura una parte dei progetti che si erano già mossi contando su quelle risorse. È un taglio rilevante, avvenuto in corsa, che ha inevitabilmente inciso sulla fiducia di comuni e cooperative che avevano avviato la progettazione sulla base delle cifre originarie.

Perché il termine “greenwashing normativo” non è casuale

Non si tratta di sostenere che le CER siano uno strumento inutile — sarebbe una semplificazione altrettanto scorretta della narrazione opposta. Il punto è un altro: esiste uno scarto tra la comunicazione istituzionale, che presenta le comunità energetiche come pilastro già operativo della transizione, e la realtà di un meccanismo ancora fragile, concentrato quasi solo sul fotovoltaico, frenato da burocrazia e da un finanziamento pubblico ridimensionato in corsa.

Il rischio di “greenwashing normativo” sta proprio qui: un impianto legislativo che produce comunicati, protocolli d’intesa (come quello siglato a luglio 2026 tra ENEA e CNEL per promuovere le CER come modello centrale della transizione) e aggiornamenti frequenti delle regole, dando l’impressione di un settore in piena maturazione — mentre i numeri assoluti restano contenuti rispetto agli obiettivi dichiarati, e le risorse pubbliche si riducono.

Le criticità segnalate dagli operatori del settore

Diverse analisi di settore, comprese quelle di operatori e associazioni direttamente coinvolti nella costituzione di CER, convergono su alcuni ostacoli ricorrenti:

  • Burocrazia e complessità normativa. La costituzione dell’ente, i contratti con il GSE, il calcolo e la distribuzione degli incentivi comportano un carico amministrativo che scoraggia soprattutto le iniziative promosse “dal basso” da cittadini e piccole realtà locali, meno attrezzate di grandi operatori energetici.
  • Difficoltà di accesso al credito. Sostenere l’investimento iniziale resta difficile per comunità nate spontaneamente, senza il sostegno di un promotore industriale o istituzionale.
  • Criticità delle reti elettriche. In diverse aree, soprattutto rurali, i limiti della rete di distribuzione condizionano la fattibilità tecnica delle configurazioni.
  • Incertezza sulla durata degli incentivi. La scadenza del 31 dicembre 2027 per i sostegni previsti dal decreto CER 2023 genera preoccupazione tra chi sta valutando progetti con orizzonti di rientro più lunghi.
  • Scarsa alfabetizzazione energetica diffusa. Molti cittadini semplicemente non sanno cosa sia una CER, né che un singolo cittadino può esserne promotore: senza una comunicazione capillare, lo strumento resta appannaggio di chi è già informato o di chi viene raggiunto da progetti promossi dall’alto (comuni, utility, cooperative strutturate).
  • Divario tra CER “dal basso” e CER “dall’alto”. Le comunità promosse da attori istituzionali gestiscono meglio la complessità normativa, ma spesso faticano a costruire un coinvolgimento autentico dei cittadini; quelle nate spontaneamente hanno il problema opposto.

Cosa cambia con l’estensione ai comuni fino a 50.000 abitanti

L’aggiornamento normativo del 2025-2026 che ha esteso il contributo a fondo perduto del 40% ai comuni fino a 50.000 abitanti è, in prospettiva, l’elemento più rilevante per territori come la Basilicata, dove la stragrande maggioranza dei comuni rientra ampiamente in questa soglia. Prima di questo cambiamento, il beneficio era riservato quasi esclusivamente a piccolissimi centri sotto i 5.000 abitanti, escludendo di fatto i capoluoghi di provincia e i comuni di media dimensione — proprio quelli con la massa critica di utenze necessaria a rendere una CER economicamente più solida.

Resta però da vedere se questa apertura normativa si tradurrà in progetti effettivamente realizzati nei tempi previsti, o se si scontrerà con gli stessi ostacoli — burocrazia, credito, reti — già segnalati per le configurazioni esistenti.

Comunità energetiche: un bilancio a metà strada

Definire le CER “solo greenwashing” sarebbe impreciso quanto definirle “già una rivoluzione compiuta”. I dati raccontano una crescita reale — le configurazioni attive sono aumentate in modo consistente rispetto a pochi anni fa, quando in tutta Italia se ne contavano poche decine — ma anche una distanza ancora ampia dagli obiettivi dichiarati per il 2027, un taglio non banale delle risorse PNRR e una concentrazione quasi esclusiva su una sola tecnologia rinnovabile.

Il termine “greenwashing normativo” descrive bene lo scarto tra la quantità di comunicazione istituzionale prodotta attorno alle CER e la velocità reale con cui lo strumento sta cambiando il sistema energetico italiano. Non significa che lo strumento sia sbagliato nella sua concezione — anzi, l’impianto teorico (condivisione locale, coinvolgimento diretto dei cittadini, incentivo ventennale) resta tra i più interessanti del panorama energetico europeo. Significa che la sua efficacia dipenderà, nei prossimi due anni, da variabili molto concrete: capacità di accesso al credito per le comunità nate dal basso, semplificazione reale delle procedure GSE, tenuta delle reti elettriche locali e, non ultimo, se i fondi pubblici residui verranno confermati o ulteriormente ridotti.

In sintesi

Le comunità energetiche rinnovabili restano uno degli strumenti più promettenti per una transizione energetica partecipata a livello locale, ma la loro traiettoria attuale — crescita rapida in termini relativi, numeri assoluti ancora contenuti, fondi PNRR ridimensionati e burocrazia persistente — impone cautela rispetto alla narrazione più ottimistica. Valutarle richiede di distinguere tra il potenziale dello strumento e il suo stato reale di attuazione, verificando sempre i dati aggiornati pubblicati da GSE e MASE prima di ogni decisione di adesione o investimento.


Nota: i dati normativi e i numeri relativi a incentivi, scadenze e configurazioni attive citati in questo articolo sono soggetti a modifiche frequenti. Per informazioni sempre aggiornate si consiglia di consultare direttamente le fonti ufficiali GSE (gse.it) e MASE (mase.gov.it).