Ci sono notizie che si leggono e si archiviano nella memoria come tante altre, e notizie che invece si fermano da qualche parte dentro, e non se ne vanno. La morte di Lorena Isceri, per me, è stata la seconda cosa. Non l’ho conosciuta, non ho legami con la sua storia se non quelli che qualunque persona può sentire di fronte a una violenza così assurda e definitiva. Ma le parole di suo padre, Franco, pronunciate con la voce spezzata in un video appello alle istituzioni, mi hanno tolto per qualche giorno la possibilità di scrivere di altro con la stessa leggerezza con cui affronto solitamente i temi di attualità. Questo articolo nasce da lì: dal bisogno di non lasciare che quel grido si perda nel rumore di fondo delle notizie che si susseguono, e dal tentativo di trasformare quel turbamento in una riflessione che sia onesta, critica, ma anche equilibrata — senza cadere né nella retorica consolatoria né nello sfruttamento del dolore altrui.

Chi era Lorena Isceri e cosa sappiamo di cosa è accaduto

Lorena Isceri aveva 45 anni, era originaria di Squinzano, in provincia di Lecce, e da anni viveva e lavorava a Firenze, dove ricopriva un ruolo dirigenziale nel settore farmaceutico veterinario. Il 3 settembre 2026 è stata uccisa dal suo ex compagno, Federico Vella, 36 anni, dopo la fine di una relazione durata circa due anni, una rottura che secondo quanto ricostruito dagli inquirenti l’uomo non avrebbe mai accettato.

La sequenza dei fatti

Secondo la ricostruzione degli investigatori, Vella l’avrebbe attesa nel garage dove Lorena parcheggiava abitualmente l’auto, l’avrebbe aggredita e rinchiusa nel bagagliaio del proprio veicolo, per poi dirigersi in autostrada, sull’A1, verso il viadotto Lora, nel Fiorentino. Dal bagagliaio, Lorena è riuscita a recuperare il proprio cellulare e a contattare prima la madre e un amico, poi il numero unico di emergenza, restando in linea con la centrale operativa per circa venti minuti mentre forniva agli operatori le informazioni utili a localizzarla. Quando la polizia stradale ha raggiunto il veicolo fermo sul viadotto, Vella ha aperto il bagagliaio e l’ha gettata nel vuoto da un’altezza di oltre quaranta metri, per poi togliersi la vita lanciandosi a sua volta, dopo circa quaranta minuti di trattativa con gli agenti che tentavano di dissuaderlo.

I punti ancora da chiarire

È importante, in un momento in cui le indagini sono ancora in corso, distinguere con onestà ciò che è accertato da ciò che resta da chiarire. Non è ancora stato stabilito con certezza se Lorena fosse già morta nel momento in cui è stata gettata dal viadotto: la procura ha disposto un’autopsia proprio per accertare questo aspetto, così come resta da valutare fino a che punto l’azione sia stata premeditata. Sono dettagli che, per quanto dolorosi, contano ai fini della qualificazione giuridica dei fatti, ma che non cambiano la sostanza di ciò che è già chiaro: una donna è morta per mano di chi diceva di amarla, nel momento esatto in cui aveva scelto di allontanarsi da lui.

L’appello del padre: “che il suo grido non cada nel vuoto”

Pochi giorni dopo la tragedia, Franco Isceri ha diffuso un video rivolto direttamente alle più alte cariche dello Stato, chiedendo un impegno unanime della politica, senza distinzioni di schieramento, per rafforzare l’educazione nelle scuole e potenziare i centri antiviolenza e gli strumenti normativi a disposizione. Ha descritto sua figlia come una donna studiosa e dedita al lavoro, con progetti di vita interrotti in modo irreparabile. Alla sua richiesta ha risposto pubblicamente anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, assicurando che l’appello non sarebbe cascato nel vuoto.

È significativo che il padre di Lorena non abbia chiesto vendetta né inasprimenti generici delle pene, ma due cose molto concrete: educazione nelle scuole e potenziamento dei centri antiviolenza. È una richiesta che merita di essere presa sul serio proprio per la sua sobrietà, e che pone a chi legge — a me per primo — una domanda scomoda: quante volte, di fronte a una tragedia come questa, la promessa di “fare qualcosa” si esaurisce nell’indignazione dei giorni immediatamente successivi, per poi dissolversi non appena l’attenzione mediatica si sposta altrove?

Il femminicidio in Italia: uno sguardo onesto ai dati

Una riflessione equilibrata non può fermarsi all’emozione del singolo caso, per quanto straziante: deve provare a collocarlo in un quadro più ampio, anche quando questo quadro racconta una realtà più complessa di quanto gli slogan lascino intendere.

Numeri che raccontano storie diverse a seconda di chi li misura

Il dossier del Viminale relativo al primo semestre 2026 segnala una diminuzione significativa delle donne uccise rispetto allo stesso periodo del 2025: 34 vittime contro 54, un calo del 37%. Di queste 34, solo 8 sono state formalmente qualificate come femminicidio ai sensi del nuovo articolo 577-bis del codice penale, introdotto dalla legge del dicembre 2025 ed entrato in vigore il 17 dicembre dello stesso anno, che punisce l’uccisione di una donna come atto di odio, controllo, possesso o come reazione al rifiuto di una relazione affettiva — una definizione che sembra descrivere con precisione quanto accaduto a Lorena Isceri.

Accanto ai dati istituzionali, osservatori indipendenti come Non Una Di Meno adottano una metodologia diversa, più ampia, che include anche i suicidi indotti da violenza e i casi ancora in fase di accertamento: secondo il loro monitoraggio, i casi complessivi censiti nel 2026 si avvicinano a 50. Le due fonti non si contraddicono necessariamente: misurano fenomeni definiti in modo diverso. Ma questa differenza, di per sé, dice qualcosa di importante: anche la definizione di cosa “conta” come femminicidio è oggetto di un dibattito ancora aperto, e questo rende più difficile, per l’opinione pubblica, farsi un’idea chiara della reale dimensione del fenomeno.

Il dato che dovrebbe interrogarci di più

Se il numero complessivo delle donne uccise è in calo, non lo è altrettanto nettamente la quota di quelle uccise da un partner o da un ex partner, che secondo alcune analisi resta sostanzialmente stabile in proporzione. È un dettaglio che ridimensiona una lettura troppo ottimistica dei dati aggregati: il calo complessivo degli omicidi non equivale automaticamente a un affievolirsi della violenza specifica che si consuma dentro le relazioni affettive, quella a cui Lorena non è riuscita a sottrarsi.

Una riflessione personale: perché questa storia mi ha scosso più di altre

Mi sono chiesto, onestamente, perché questa vicenda mi abbia colpito più di altre pure enormemente tragiche di cui pure mi capita di scrivere. Credo che la risposta abbia a che fare con un dettaglio specifico: Lorena ha lottato fino all’ultimo, con lucidità, chiamando aiuto, fornendo indicazioni utili a localizzarla, provando a salvarsi da sola perché — come ha raccontato sua madre ai giornalisti — temeva la reazione dell’ex compagno ma non voleva “danneggiarlo” presentando una denuncia formale. È un dettaglio che mi ha messo a disagio più di ogni altro, perché racconta qualcosa che va oltre il singolo caso: la fatica, ancora oggi, di riconoscere fino in fondo una situazione di pericolo reale come tale, anche quando la si sta vivendo sulla propria pelle.

Non scrivo questo per suggerire che la responsabilità sia in alcun modo di chi ha subito la violenza — sarebbe non solo scorretto ma osceno affermarlo — ma per interrogarmi su quanto, come società, riusciamo davvero a rendere agibile e non stigmatizzante il gesto di denunciare, di chiedere aiuto prima che sia troppo tardi. È una domanda che mi pongo anche a partire dal lavoro che faccio nel civico e nell’associazionismo giovanile: quanto le nostre scuole, i nostri contesti educativi, insegnano davvero a riconoscere per tempo i segnali di una relazione che sta diventando pericolosa, prima ancora di insegnare a denunciarla?

Una riflessione critica ma equilibrata: cosa può davvero cambiare

Il rischio delle risposte facili

Di fronte a una tragedia di questa portata, la tentazione più immediata è invocare pene più severe o misure emergenziali. Non è una richiesta priva di senso, ma un’analisi onesta deve riconoscere i suoi limiti: l’inasprimento delle pene agisce, quando agisce, principalmente in funzione deterrente per chi ragiona in modo lucido sulle conseguenze delle proprie azioni — una condizione che raramente si verifica in una escalation di controllo ossessivo culminata in un omicidio-suicidio come questo. Il diritto penale interviene, per definizione, dopo il fatto: la vera partita si gioca prima.

Le misure di prevenzione già esistenti, e i loro limiti

Gli ammonimenti del questore, uno degli strumenti di prevenzione già disponibili prima ancora di una denuncia penale formale, sono aumentati in modo significativo nell’ultimo anno secondo i dati del Viminale, in particolare quelli legati alla violenza domestica. È un segnale che l’attenzione delle forze dell’ordine su questi fenomeni sta crescendo, ma resta un limite strutturale difficile da superare: questi strumenti si attivano solo quando qualcuno — la vittima, un familiare, un testimone — decide di rivolgersi alle autorità. Nel caso di Lorena, secondo quanto raccontato dalla madre, la paura c’era, ma la denuncia non è mai arrivata.

Educazione e cultura: la richiesta più difficile da esaudire

La richiesta più concreta avanzata da Franco Isceri — investire nella scuola, sul riconoscimento del limite e sull’accettazione del rifiuto senza trasformarlo in rabbia — è probabilmente anche la più difficile da tradurre in politiche misurabili nel breve periodo, perché i suoi effetti, se ci sono, si vedranno su una generazione, non su un ciclo elettorale. È qui che si misura la differenza tra un impegno politico autentico e uno puramente simbolico: un investimento educativo serio richiede continuità che attraversi più governi e più legislature, non un annuncio isolato nei giorni immediatamente successivi a una tragedia mediaticamente rilevante.

Il potenziamento dei centri antiviolenza: una richiesta verificabile

A differenza dell’educazione scolastica, il potenziamento dei centri antiviolenza è una richiesta più immediatamente verificabile: si può contare quanti centri esistono, quante risorse ricevono, quante donne riescono ad accogliere. È su misure di questo tipo, concrete e monitorabili nel tempo, che l’appello di un padre distrutto dal dolore potrebbe trovare una risposta che vada oltre le parole di circostanza pronunciate nei giorni dell’emozione collettiva.

Conclusione: la responsabilità di non voltarsi altrove

Non so se l’appello di Franco Isceri troverà davvero una risposta strutturale, o se — come troppo spesso accade — si esaurirà nell’indignazione di qualche settimana prima che l’attenzione pubblica si sposti sulla prossima notizia. Quello che so, ed è la ragione per cui ho scritto questo articolo, è che restare in silenzio, o limitarsi a una condivisione emotiva sui social nei giorni caldi della cronaca, è una forma di risposta insufficiente a un grido che chiede, esplicitamente, di essere raccolto dalla politica nel suo insieme, senza distinzioni di parte. Non ho soluzioni definitive da offrire, e diffido di chi le offre con troppa sicurezza di fronte a fenomeni così complessi. Ma credo che il minimo che si possa fare, come cittadini prima ancora che come commentatori, sia tenere viva la domanda che un padre ha rivolto pubblicamente alle istituzioni, anche quando le telecamere si saranno spente: cosa abbiamo fatto, davvero, perché non accada più.


Fonti: Adnkronos, Il Fatto Quotidiano, Sky TG24, Today.it, Il Giornale d’Italia, dossier Viminale sulla sicurezza (15 agosto 2026), Osservatorio Non Una Di Meno. Articolo aggiornato al 6 settembre 2026; alcuni elementi dell’inchiesta, incluso l’esito dell’autopsia, sono ancora in corso di accertamento al momento della pubblicazione.