Ci sono guerre commerciali che si combattono a colpi di dazi, e ce n’è una che si combatte a colpi di nanometri. La corsa ai semiconduttori è probabilmente la competizione industriale più importante e meno visibile del nostro tempo: riguarda ogni smartphone, ogni automobile elettrica, ogni sistema d’arma moderno e, soprattutto, ogni modello di intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno. Eppure, mentre l’Unione Europea discute animatamente di regolazione degli algoritmi e di cloud sovrano, quasi tutto il digitale europeo si regge su una filiera produttiva che l’Europa non controlla. Questo articolo spiega perché la corsa ai semiconduttori è diventata una questione di sicurezza nazionale, dove si colloca oggi l’Europa, e perché l’Italia, con Catania e Novara, è diventata un tassello sorprendentemente centrale di questa partita.

Cos’è la corsa ai semiconduttori e perché è esplosa proprio ora

I semiconduttori sono oggi la terza categoria di beni più scambiata al mondo, dopo il petrolio e i veicoli. Sono il materiale alla base di ogni chip: dai processori degli smartphone alle GPU che addestrano i modelli di intelligenza artificiale, fino ai sistemi di controllo delle automobili elettriche. La corsa ai semiconduttori si è intensificata negli ultimi anni per una combinazione di fattori che si sono sovrapposti tra loro.

Da un lato c’è stata la crisi delle forniture del 2020-2021, quando la pandemia ha messo a nudo quanto le catene produttive globali fossero fragili e concentrate in poche aree geografiche. Dall’altro, la crescita esplosiva dell’intelligenza artificiale ha moltiplicato la domanda di chip avanzati, quelli che servono per addestrare ed eseguire i grandi modelli linguistici e i sistemi di visione artificiale. Infine, c’è la componente più squisitamente geopolitica: la produzione mondiale dei chip più avanzati è concentrata quasi interamente a Taiwan, Corea del Sud e Cina, con Taiwan che rappresenta di gran lunga il nodo più delicato, dato che il presidente cinese Xi Jinping ha più volte dichiarato che la riunificazione dell’isola alla Cina continentale deve avvenire entro il 2049.

Il paradosso europeo: si costruiscono le macchine, non i chip

Uno degli aspetti più sorprendenti della corsa ai semiconduttori è che l’Europa, pur non essendo tra i principali produttori di chip, ospita una delle aziende più strategiche al mondo in questo campo: l’olandese ASML, che produce le macchine di litografia necessarie per realizzare i semiconduttori più avanzati. Il paradosso è netto: l’Europa sa fare la macchina che stampa i chip, ma non fa i chip. Per i semiconduttori più avanzati, quelli destinati all’intelligenza artificiale e ai sistemi critici, l’Europa non dispone praticamente di capacità produttiva autonoma.

Il ritardo europeo: dal primo Chips Act al Chips Act 2.0

Per comprendere la posizione attuale dell’Europa nella corsa ai semiconduttori, bisogna guardare a due tappe normative distinte, distanti tra loro solo pochi anni ma nate da premesse molto diverse.

Il primo Chips Act: obiettivi ambiziosi, risultati modesti

Nel luglio 2023, in risposta diretta alla crisi delle forniture, Bruxelles ha varato il primo Chips Act: 43 miliardi di euro tra investimenti pubblici e privati, con l’obiettivo dichiarato di portare la quota europea nella produzione mondiale di semiconduttori dal 10% al 20% entro il 2030. A distanza di tre anni, il bilancio è scomodo: le stime più recenti collocano la quota europea appena sopra l’11%, un progresso quasi impercettibile rispetto all’obiettivo originario. Diversi progetti industriali di rilievo, da Intel a Magdeburgo a GlobalFoundries in Francia, non hanno ancora dimostrato pienamente l’efficacia della strategia né la reale capacità del Vecchio Continente di competere nell’arena globale dei semiconduttori.

Chips Act 2.0: un cambio di paradigma

Il 3 giugno 2026 la Commissione Europea ha presentato il Chips Act 2.0, la revisione della politica industriale europea sui semiconduttori, illustrata da Henna Virkkunen, commissaria europea per la Sovranità tecnologica, al SEMI Europe Policy Forum di Bruxelles. Il nuovo testo introduce un cambio di paradigma significativo rispetto al primo Chips Act: non punta più sulla pura autosufficienza produttiva, ma su un concetto diverso, quello dell’indispensabilità, ovvero rendere l’industria europea dei chip un partner tecnologico che nessun altro attore globale può permettersi di ignorare.

Concretamente, la revisione sposta il baricentro dall’offerta alla domanda, lega più strettamente lo sviluppo dei semiconduttori alla corsa globale all’intelligenza artificiale, introduce poteri di emergenza per la Commissione in caso di crisi delle forniture e semplifica le procedure amministrative per abbreviare i tempi di autorizzazione dei nuovi impianti, favorendo la cooperazione tra Stati membri attraverso sovvenzioni e partenariati pubblico-privati.

La spinta verso questa revisione era arrivata anche dall’Italia: già il 21 gennaio 2025, insieme ai Paesi Bassi e ad altri Stati membri, il governo italiano aveva presentato un documento di indirizzo per rendere più competitive le imprese europee del settore, ponendo le basi per quella che è stata poi definita, in un vertice a Bruxelles, la “Coalizione dei Volenterosi” sui semiconduttori.

L’Italia nella corsa ai semiconduttori: i progetti che contano davvero

Se si guarda ai numeri, l’Italia è uno dei Paesi più attivi in questo ciclo di investimenti: dal 2024 ha attratto oltre 9 miliardi di euro complessivi nel settore della microelettronica, secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Due progetti, in particolare, sono considerati simbolo della corsa ai semiconduttori italiana all’interno della nuova strategia europea.

Il Silicon Carbide Campus di STMicroelectronics a Catania

Il progetto più rilevante è senza dubbio il Silicon Carbide Campus di STMicroelectronics a Catania: un investimento da 5 miliardi di euro, di cui circa 2 miliardi di aiuti di Stato tra risorse del MIMIT e fondi europei STEP gestiti dalla Regione Siciliana. L’impianto punta a diventare il primo al mondo per la produzione integrata di chip in carburo di silicio su wafer da 200 millimetri, un materiale strategico soprattutto per l’automotive elettrico e l’industria energetica. L’avvio è previsto nel 2026, con l’obiettivo di arrivare a 3.000 nuovi posti di lavoro a regime entro il 2033.

Non si tratta di un impianto isolato: l’area di Catania concentra, oltre al Silicon Carbide Campus, anche una linea pilota sui materiali ad alta resistenza assegnata dalla Commissione Europea nell’ambito della cosiddetta Etna Valley, il polo universitario e di ricerca del CNR-IMM e una filiera locale di fornitori in progressivo sviluppo. È una configurazione che si avvicina al modello di ecosistema industriale integrato che il Chips Act 2.0 intende incentivare, e che potrebbe candidare la Sicilia orientale come uno dei poli di riferimento della nuova strategia europea.

Silicon Box a Novara: la scommessa sui chiplet

Il secondo progetto simbolo è l’impianto di Silicon Box a Novara, da 3,2 miliardi di euro: il primo stabilimento europeo dedicato alla produzione di chiplet, cioè chip modulari assemblati insieme per ottenere prestazioni superiori rispetto a un singolo circuito integrato monolitico. L’investimento porterà a circa 1.600 occupati diretti e candida il Piemonte a diventare un secondo polo nazionale di specializzazione, complementare a quello siciliano.

Gli altri tasselli: chip fotonici e coordinamento istituzionale

Ad aprile 2026 la Commissione Europea ha inoltre approvato 211 milioni di euro di aiuti italiani destinati ai chip fotonici, un ambito tecnologico su cui STMicroelectronics sta puntando in modo crescente, insieme ai chip di potenza per sistemi ad alto voltaggio. Sul piano istituzionale, il decreto legge 104/2023 ha istituito presso il MIMIT un Comitato Tecnico Permanente per la Microelettronica, con funzioni di coordinamento tra i diversi attori pubblici e privati coinvolti nella strategia nazionale sui semiconduttori.

Le difficoltà: la corsa ai semiconduttori non è solo un racconto di successi

Sarebbe incompleto, e poco onesto, raccontare la corsa ai semiconduttori italiana ed europea solo attraverso gli annunci di investimento. Il settore ha attraversato, e in parte attraversa ancora, difficoltà concrete che vale la pena raccontare con la stessa attenzione riservata ai progetti più ambiziosi.

La crisi dell’automotive e la cassa integrazione a Catania

I microchip prodotti in Europa sono destinati in larga parte al settore automotive, dominato da poche grandi aziende come Infineon, NXP Semiconductors e la stessa STMicroelectronics. Le difficoltà delle case automobilistiche europee nella conversione verso l’elettrico, unite alla crescente competizione cinese nel settore, hanno avuto ripercussioni dirette sulla filiera dei chip. STMicroelectronics, tra le aziende più esposte, ha dovuto avviare la cassa integrazione per circa 2.500 dipendenti nel proprio stabilimento di Catania, su un totale di circa 12.000 dipendenti in tutta Italia: un segnale che la corsa ai semiconduttori non procede in modo lineare, ma è soggetta a cicli industriali reali, con conseguenze occupazionali tangibili.

Un settore volatile anche sui mercati finanziari

Sul fronte borsistico, il quadro nel 2026 racconta un’altra faccia della stessa medaglia: titoli come STMicroelectronics hanno registrato un progresso superiore al 130% da inizio anno, trainati dalla domanda di chip di potenza e di soluzioni in silicon photonics legate alla costruzione di infrastrutture digitali per l’intelligenza artificiale. Anche Technoprobe, azienda italiana leader nella produzione di probe card per il test dei chip, ha beneficiato di un rialzo speculare, sostenuto dalla crescita dei volumi produttivi delle GPU a livello mondiale. Gli analisti, tuttavia, invitano alla cautela sui tassi di crescita futuri, ricordando quanto il settore resti ciclico ed esposto a shock di domanda improvvisi.

Perché la corsa ai semiconduttori riguarda anche chi non lavora nel settore

C’è una domanda legittima che chi non lavora nell’industria tecnologica potrebbe porsi: perché dovrebbe interessarmi la corsa ai semiconduttori? La risposta ha almeno tre livelli.

Il primo è economico e occupazionale: progetti come quelli di Catania e Novara portano investimenti diretti, indotto locale e migliaia di posti di lavoro in territori che, storicamente, non erano considerati poli tecnologici di rilievo internazionale. Il secondo è geopolitico: dipendere quasi interamente da Taiwan per i chip più avanzati significa esporre l’intera economia digitale europea a un rischio concentrato in un’unica area del mondo, per giunta al centro di tensioni internazionali di lungo periodo. Il terzo livello, forse il più immediato, riguarda l’intelligenza artificiale stessa: ogni discussione europea su sovranità digitale, AI Act, cloud sovrano o autonomia tecnologica si scontra, prima o poi, con un dato di fatto scomodo, cioè che l’infrastruttura fisica su cui gira tutta l’intelligenza artificiale del continente dipende da una filiera produttiva in larga parte esterna ai confini europei.

Conclusione: un inseguimento, non ancora una vittoria

Al netto degli annunci, dei miliardi stanziati e dei cantieri aperti a Catania e Novara, la valutazione più realistica sulla corsa ai semiconduttori europea resta quella di un inseguimento, non ancora di una vittoria. Come hanno sottolineato diversi analisti del settore, il Chips Act 2.0 è un passo importante, ma l’Europa rimane strutturalmente un inseguitore in questa competizione globale; la vera opportunità, più che nella fiducia che Bruxelles possa risolvere tutto con la regolazione, risiede nei singoli campioni industriali europei, dalle macchine di litografia di ASML ai nuovi impianti italiani sul carburo di silicio e sui chiplet.

Per l’Italia, in particolare, la partita si gioca su un terreno concreto e già visibile sulla mappa: due poli industriali, uno in Sicilia e uno in Piemonte, che nel giro di pochi anni potrebbero trasformare il Paese da semplice comprimario a protagonista di nicchia, ma reale, in una delle competizioni industriali più decisive del nostro tempo.


Fonti principali consultate

  • Fortune Italia, “L’UE ha bisogno di chip ma è indietro nella loro produzione” (giugno 2026)
  • RankiaPro, “Chips Act 2.0: cosa cambia per i semiconduttori europei” (giugno 2026)
  • I-Com Istituto per la Competitività, “Chips Act 2.0: l’Europa scommette di nuovo sui semiconduttori” (giugno 2026)
  • ISPI, “Chips Act europeo: atto secondo” (giugno 2026)
  • Linkiesta, “Alla fine gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa sui chip” (aprile 2026)
  • Il Fatto Quotidiano, sulla crisi occupazionale di STMicroelectronics a Catania
  • MIMIT, comunicati stampa sulla Coalizione dei Volenterosi sui semiconduttori
  • Benzinga Italia, sull’andamento borsistico di STMicroelectronics e Technoprobe (maggio 2026)