Guerriglia a Milano: cosa è successo sabato 17 ottobre
Un corteo contro il caro vita, annunciato come manifestazione di piazza, si è trasformato nel giro di poche ore in uno degli episodi di guerriglia urbana più gravi visti a Milano negli ultimi tempi. Sabato 17 ottobre 2026 la protesta convocata da “Italia in Piazza” è partita nel pomeriggio da piazza Duomo, con oltre cinquemila partecipanti secondo le prime ricostruzioni giornalistiche. I primi disordini si sono verificati in via Broletto, dove alcuni manifestanti hanno tentato di forzare il cordone delle forze dell’ordine e la polizia ha risposto con una carica.
Da lì la situazione è degenerata. Le cronache descrivono lacrimogeni, idranti e cannone ad acqua da una parte; petardi, bombe carta, estintori svuotati, transenne e cestini lanciati dall’altra. Si parla di roghi in strada, barricate, danni alle pensiline dei mezzi pubblici e ai vetri dei palazzi storici, con la chiusura temporanea di alcune fermate della metropolitana. Nel caos, un gruppo ha sfondato le vetrine di un negozio di articoli sportivi nei pressi di piazza San Babila, che è stato saccheggiato in pochi minuti. Scontri e tafferugli sono stati segnalati anche a Torino e Bologna.
I numeri: cosa sappiamo e cosa no
I dati disponibili sono ancora provvisori e, in alcuni casi, discordanti, ed è bene dirlo con onestà. L’agenzia ANSA riporta almeno quattro agenti feriti e circa venti manifestanti soccorsi, con oltre cinquanta giovani fermati, di cui circa la metà minorenni. Altre testate parlano genericamente di una trentina di feriti. La differenza dipende probabilmente da chi viene conteggiato (agenti, manifestanti, passanti) e da quando viene fatto il conto. Il numero dei danni economici, per ora, non è stato quantificato in modo affidabile e chi lo cita va preso con cautela.
La protesta contro il carovita: una rabbia reale, una piazza tradita
È importante partire da un punto: il malessere economico che ha portato in piazza migliaia di persone esiste ed è legittimo. Le fonti indicano come motivi della mobilitazione il costo della vita, il prezzo dei carburanti e la pressione fiscale, in concomitanza con le proteste in corso in Francia. Protestare per questo è un diritto, e la democrazia dovrebbe essere capace di ascoltarlo.
Proprio per questo la violenza è un tradimento doppio. Tradisce chi era sceso in piazza pacificamente e si ritrova la propria richiesta sepolta sotto le immagini di fumo e vetrine rotte. E tradisce chi, nel carovita, ci vive davvero: il commerciante la cui vetrina viene sfondata e il pendolare che trova la metropolitana chiusa non sono il bersaglio giusto di una rabbia che dice di parlare a nome loro.
Il paradosso dei saccheggi
Un saccheggio non è una forma di protesta contro il caro vita: è, semplicemente, un furto di gruppo. Chi assalta un negozio mentre si dichiara contro l’aumento dei prezzi sta chiedendo la stessa cosa a cui dice di opporsi, ovvero beni di consumo, con la differenza di non pagarli. Questa contraddizione svuota di senso qualsiasi rivendicazione e regala agli avversari politici l’argomento più comodo possibile.
Chi sono i protagonisti degli scontri: la questione dei giovanissimi
Il dato che più colpisce, e che merita di essere affrontato senza semplificazioni, è la presenza massiccia di ragazzi molto giovani. Secondo quanto riferito dalla polizia, centinaia di giovani vestiti di nero sono arrivati dalle periferie, dall’hinterland e da altre province, organizzandosi da soli e in piccoli gruppi, senza un coordinamento centrale. Tra loro, sempre secondo le fonti, ci sono sia ragazzi di origine straniera sia ragazzi italianissimi.
Questo è l’elemento più scomodo per qualsiasi lettura ideologica. Non somiglia al classico blocco nero strutturato dei vecchi cortei, e le etichette facili (“anarchici”, “teppisti”, “disagio sociale”) rischiano di spiegare poco. Un episodio riportato dalla cronaca racconta bene il clima: tra i cori uditi in piazza ce n’era uno contro la polizia in francese, segno di un immaginario che circola sui social e attinge a mobilitazioni di altri Paesi. Quanto questo immaginario conti davvero nei fatti di Milano è una domanda aperta, a cui oggi nessuno può rispondere con certezza.
Una generazione in rabbia, non per forza in politica
È prudente non trasformare cinquanta fermi in una teoria generale sui giovani. Ma è altrettanto sbagliato liquidare tutto come puro vandalismo. Molti di quei ragazzi hanno vissuto la fase di crescita tra pandemia, precarietà e un mercato del lavoro che promette poco. Spiegare non significa giustificare: la rabbia può avere radici sociali e la violenza resta comunque una scelta individuale, di cui ciascuno risponde.
Le reazioni della politica: tra condanna e strumentalizzazione
La condanna è arrivata rapidamente e da più parti. Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha parlato di immagini gravissime ed espresso solidarietà alle forze dell’ordine. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha sostenuto che ogni reticenza sulle violenze finisce per diventare una giustificazione. Su quest’ultimo punto, la sostanza è condivisibile: condannare la violenza senza se e senza ma è il minimo sindacale.
Il rischio, però, è un altro. Ogni volta che una piazza degenera, il dibattito scivola in fretta dalla causa al caos: si discute di ordine pubblico e non di salari, di carburanti e di tasse. Chi governa ha tutto l’interesse a spostare l’attenzione sulla violenza, chi si oppone ha interesse a spostarla sulle ragioni sociali. In mezzo, il tema reale, il carovita, sparisce dal radar proprio mentre dovrebbe essere al centro dell’agenda.
Il ruolo degli organizzatori e la gestione dell’ordine pubblico
Due domande restano aperte e meritano risposte serie, non slogan.
La prima riguarda chi ha convocato la manifestazione. “Italia in Piazza” ha chiamato la piazza contro governo e caro vita. Quali garanzie erano state predisposte per isolare i violenti? Quale presa di distanza è arrivata, e quanto è stata netta? Nelle fonti consultate non emerge ancora una posizione ufficiale chiara degli organizzatori su questi punti, ed è un elemento da verificare nei prossimi giorni, senza anticipare giudizi.
La seconda riguarda le forze dell’ordine. In piazza c’erano centinaia di giovani che, secondo la stessa polizia, sono arrivati in modo disorganizzato e in piccoli gruppi. È una descrizione che rende difficile la prevenzione, ma solleva anche la domanda su come siano state valutate le informazioni disponibili prima del corteo. Gli agenti feriti meritano rispetto e tutela, e una valutazione puntuale della gestione della piazza è un dovere di trasparenza, non un attacco a chi lavora in condizioni difficili.
Perché la violenza non funziona (e perché lo sappiamo da decenni)
L’Italia ha già visto piazze degenerate, dai cortei del 2011 a Roma, con oltre cento feriti, alle proteste contro le restrizioni anti-Covid del 2020, con bombe carta e vetrine rotte a Milano e a Torino. La lezione ricorrente è che la violenza non produce consenso. In quei casi la discussione pubblica si è concentrata sulle immagini di guerriglia e molto meno sulle richieste originarie, che raramente hanno ottenuto risposte concrete.
Il punto è strategico prima ancora che morale. Una protesta vive di legittimità: più è ampia e pacifica, più è difficile ignorarla. Ogni vetrina sfondata sposta il racconto dalla parte di chi dovrebbe rispondere a quella di chi viene accusato di aver rotto tutto.
Cosa dovrebbe succedere adesso
Tre cose, in ordine di urgenza.
- Accertare le responsabilità individuali, con attenzione particolare ai minorenni, dove la risposta non può essere solo repressiva ma deve coinvolgere famiglie, scuole e servizi sociali.
- Chiedere chiarezza agli organizzatori, con una distinzione netta tra chi manifesta e chi aggredisce.
- Riportare il tema vero al centro: il costo della vita non è un’invenzione dei violenti, e se la politica risponde solo con l’ordine pubblico, la prossima piazza sarà peggiore di questa.
Conclusione: la rabbia ha ragioni, la violenza no
Milano ha vissuto una giornata brutta, con feriti, danni e una piazza simbolo assediata. Chi ha lanciato bombe carta e saccheggiato negozi ha danneggiato per primi i cittadini che dice di difendere e ha regalato un alibi a chi preferisce non parlare di carovita. La rabbia può essere comprensibile; la violenza resta ingiustificabile. Le due cose vanno tenute separate, e chi le confonde, da una parte o dall’altra, fa un favore a chi non vuole cambiare nulla.


