In sintesi: la legge delega sul nucleare in Italia è stata approvata. Bene: è una scelta di lungo periodo. Ma l’energia serve anche oggi, e oggi le bollette salgono, il gas pesa ancora e le rinnovabili rallentano. Questo è un editoriale critico: il problema non è il nucleare, è che sembra l’unica risposta mentre il presente resta senza una strategia.

C’è un modo elegante di rimandare i problemi: annunciare una grande soluzione per il futuro. Il nucleare in Italia è diventato questo, un orizzonte luminoso che permette di non parlare del buio di adesso.

Il 23 settembre il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega: 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti, a quasi quarant’anni dal referendum del 1987. I decreti attuativi sono promessi entro la fine del 2026. È un passaggio politico rilevante e va riconosciuto.

Ma una domanda resta in sospeso, e non è ideologica, è di calendario: che cosa facciamo da qui ai primi reattori?


Il nucleare in Italia: cosa dice la legge e quando arriverà

Che cosa prevede la legge delega sul nucleare

Il provvedimento non costruisce nessuna centrale: dà al governo la delega a disciplinare costruzione ed esercizio degli impianti, produzione di idrogeno da fonte nucleare, gestione del combustibile esaurito, sicurezza e organi di controllo. Servono poi decreti attuativi, regole autorizzative, un’agenzia di controllo, la scelta dei siti e il deposito dei rifiuti.

I tempi: 2033-34 la stima ufficiale, ma le stime vanno sempre prese con cautela

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin indica il 2033-34 come tempistica prevista per i primi impianti, e parla di primi mini-reattori fra sei-sette anni. Gli stessi obiettivi di governo ipotizzano un nucleare che arriva fino al 22% del mix energetico in una prospettiva di lungo periodo.

Qui serve onestà: il primo reattore e un contributo davvero rilevante al sistema elettrico sono due traguardi diversi. L’esperienza dei cantieri europei recenti (Flamanville in Francia, Hinkley Point C nel Regno Unito) mostra che ritardi e sforamenti di costo sono la regola. Chi scrive ritiene che, per vedere il nucleare pesare davvero sulle bollette, l’orizzonte realistico sia di circa quindici anni o più. È una valutazione, non un dato: i tempi dipenderanno da decreti, siti, finanziamento e consenso locale.


Il “transitorio”: il vuoto dove dovrebbe stare una politica energetica

Un Paese non vive di annunci. Vive di elettroni, e in questo momento costano cari.

Le bollette e il gas: la fotografia di ottobre 2026

I numeri di questi giorni sono quelli di un sistema ancora ostaggio del gas:

IndicatoreValore
PUN (prezzo all’ingrosso dell’elettricità), 4 ottobre 2026circa 192 €/MWh
Gas TTFcirca 75 €/MWh
PUN medio, giugno → settembreda 132,5 a 207,5 €/MWh Infodata energia. I dati energetici su QualEnergia.it +2

Non è colpa di nessuno in particolare: pesa l’instabilità geopolitica. Ma proprio per questo è il momento in cui una strategia di breve periodo dovrebbe esistere. Un’analisi sul settore industriale segnala inoltre che in Italia il rapporto tra prezzi elettrici e prezzi del gas è il più alto d’Europa: il nostro sistema trasmette al prezzo dell’elettricità ogni scossa del gas, più di altri.

Il ministro stesso sostiene che il nucleare serve ad abbassare il costo dell’energia e a smettere di dipendere da import e gas. Ma se il rimedio arriva tra dieci-quindici anni, chi paga la differenza nel frattempo? Le famiglie e le imprese, ogni mese.

Le rinnovabili frenano proprio mentre servirebbero di più

La fonte che può ridurre la dipendenza dal gas già oggi è quella che stiamo rallentando:

  • Nel 2025 sono stati installati 7,2 GW di nuova capacità rinnovabile, il 6% in meno del 2024.
  • Per arrivare ai 131 GW del PNIEC al 2030 servono 49 GW in più rispetto a oggi: secondo alcune stime, quasi 10 GW l’anno tra solare ed eolico, contro i circa 7 attuali.
  • Sull’eolico a terra, per il 2026 sono attesi appena 600 MW, mentre per rispettare il PNIEC dovrebbero essere oltre 2.000.
  • Rispetto agli obiettivi regionali di burden sharing, a giugno 2026 risultano 28.318 MW installati contro i 31.577 MW attesi a dicembre, con un ritardo di 3.259 MW.

Il quadro non è tutto nero: nel primo semestre 2026 le nuove connessioni sono state 2.918 MW, il 14% in più nel secondo trimestre rispetto all’anno prima, e l’Italia ha già oltre 7,8 GW di accumuli installati. Ma la distanza dal target resta ampia.

Autorizzazioni e aree idonee: il collo di bottiglia

Qui la responsabilità politica è più difficile da scansare. Il percorso per individuare le aree idonee, avviato da cinque anni, risulta ancora incompleto. Gli operatori chiedono inoltre lo sblocco dei pareri VIA su 13 GW di progetti ancora in attesa alla Presidenza del Consiglio. In attesa dei bandi FER X, l’eolico terrestre dovrebbe vedere aste fino a 16,5 GW entro metà 2028, con i primi 2,5 GW in gara questo autunno: ogni slittamento è tempo perso.

Per essere precisi: parte dei ritardi dipende da Regioni, soprintendenze e contenziosi, non solo dal governo. Ma il coordinamento nazionale è esattamente il compito che un esecutivo dovrebbe svolgere.


Cosa si potrebbe fare subito: otto scelte che non richiedono quindici anni

Se il nucleare è il futuro, serve un piano ponte. Ecco le misure che gli operatori e gli analisti indicano più spesso come realistiche nel breve periodo.

1. Sbloccare le autorizzazioni già pronte

Chiudere i procedimenti VIA fermi, dare tempi certi e rafforzare il personale tecnico delle commissioni. È la misura più economica: non costa miliardi, costa volontà.

2. Completare le aree idonee senza altri rinvii

Cinque anni di incertezza hanno congelato investimenti. Servono regole definitive e uniformi, che lascino alle Regioni la pianificazione ma non il potere di bloccare tutto.

3. Rispettare il calendario di FER X e FER 2

Aste puntuali, regole stabili, nessuna modifica in corsa. Gli investitori non temono tanto le regole difficili quanto le regole che cambiano.

4. Reti e accumuli

Produrre elettricità pulita non basta se non si può trasportare e usare quando serve. Servono potenziamento delle reti, tempi rapidi per le connessioni e accumuli su larga scala, che riducono anche il costo dei picchi serali, quando il prezzo all’ingrosso sale di più.

5. Ridurre l’effetto-gas sulla bolletta elettrica

Dove possibile, affiancare al prezzo di mercato contratti di lungo periodo (PPA, contratti per differenza) per spezzare il legame automatico tra prezzo del gas e prezzo di tutta l’elettricità. È una delle leve più discusse da chi chiede bollette più stabili.

6. Efficienza energetica e consumi

L’energia più economica è quella che non si consuma. Semplificare gli incentivi per imprese ed edifici (a partire da quelli già esistenti come Transizione 5.0, spesso giudicati troppo complessi) ha effetti immediati.

7. Comunità energetiche e autoconsumo

Strumenti che portano ricadute locali, riducono i picchi sulla rete e coinvolgono i cittadini. Funzionano se burocrazia e incentivi restano semplici.

8. Una gestione realistica del gas come ponte

Chi sostiene la transizione deve dirlo con franchezza: nel transitorio il gas serve ancora. Stoccaggi, diversificazione delle forniture e centrali efficienti per la flessibilità vanno gestiti con una strategia, non con la speranza che lo scenario geopolitico migliori.


Il nucleare va fatto bene, e questo richiede di non usarlo come alibi

Il rischio più concreto non è il “no” al nucleare. È il nucleare come scusa: ogni critica sul presente viene rinviata a un futuro che richiederà comunque scelte difficili.

Il ministro stesso riconosce che restano da definire regole autorizzative, localizzazione, livelli di sicurezza e un’agenzia compatibile con le norme europee, e che il deposito dei rifiuti va risolto una volta per tutte. Sulle compensazioni ai territori, i modelli sono ancora in valutazione. Sono proprio i nodi su cui l’Italia ha fallito per decenni: ricordiamo che il Paese attende ancora un deposito nazionale per i rifiuti radioattivi già prodotti.

Il consenso dei territori non si compra con una legge delega. Si costruisce con trasparenza, tempo e risultati visibili.


Le ragioni del governo (perché un editoriale deve anche ascoltare)

Per correttezza, ecco gli argomenti di chi difende la scelta:

  • Il nucleare è un complemento, non un’alternativa: il governo sostiene che il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, renderà il Paese sicuro, indipendente e competitivo. Non si tratta di scegliere tra le due strade.
  • Le scelte di lungo periodo vanno prese prima: aspettare di avere la crisi per decidere significa decidere tardi. Un impianto nucleare ha, secondo il ministro, una durata prevista di 60 anni, contro i 15 di un fotovoltaico (confronto discutibile, perché i pannelli durano in pratica più di 15 anni, ma il punto sulla longevità resta).
  • Una legge delega è un prerequisito: senza quadro normativo non parte nessun investimento. Il governo dice di aver mantenuto una promessa fatta all’inizio della legislatura.
  • Le rinnovabili non sono ferme: il solare con accumulo cresce e il 2026 non è un anno di arretramento.

Il punto della critica resta però in piedi: le due cose non sono in contraddizione, ma la seconda ha scadenze molto più vicine.


Domande frequenti sul nucleare in Italia

Quando arriverà il nucleare in Italia?

La stima ufficiale indica i primi impianti attorno al 2033-34, ma dipende da decreti, siti, autorizzazioni e finanziamenti. Per un contributo significativo al mix servirà più tempo.

Il nucleare abbasserà le bollette?

Il governo lo sostiene, ma l’effetto dipenderà dai costi di costruzione, dai finanziamenti e dalla struttura del mercato. Non può comunque incidere sui prezzi di oggi.

Che cosa si può fare nel frattempo?

Sbloccare autorizzazioni e aree idonee, accelerare FER X e accumuli, potenziare le reti, ridurre l’effetto-gas sul prezzo dell’elettricità, spingere su efficienza e comunità energetiche.

Le rinnovabili sono in ritardo?

Rispetto al PNIEC sì: servono molti più GW l’anno di quanti se ne installino oggi, soprattutto per l’eolico.


Conclusione: governare il presente mentre si progetta il futuro

Il nucleare in Italia può essere una buona scelta di lungo periodo. Ma una politica energetica non si misura dalla visione, si misura da ciò che accade nelle bollette di chi paga oggi.

Un governo credibile dovrebbe dire ai cittadini tre cose con la stessa chiarezza: dove vogliamo arrivare, quando ci arriveremo, e come attraversiamo gli anni in mezzo. Sulla prima c’è una legge. Sulla terza, per ora, c’è un silenzio.

E tu cosa ne pensi? Il nucleare è una scelta lungimirante o un modo per rimandare i problemi? Scrivilo nei commenti o iscriviti alla newsletter di gilt.name per i prossimi approfondimenti.


Nota sui dati e sulle fonti: i prezzi (PUN, gas) cambiano ogni giorno; aggiornali prima di pubblicare, citando GME e il giorno di rilevazione. Per capacità installata e target consulta Terna, ANIE Rinnovabili e il Politecnico di Milano (Renewable Energy Report). Per la legge e le dichiarazioni del ministro, i resoconti parlamentari e le agenzie (ANSA). Alcune cifre di settore provengono da stime di associazioni di categoria e vanno presentate come tali. Nel testo ho usato “quindici anni o più” come valutazione dell’autore, distinta dalla stima ufficiale del 2033-34: ti consiglio di mantenere questa distinzione per solidità giornalistica.